Grandi interpreti del nostro tempo SERGEJ KRYLOV E L’ORCHESTRA DA CAMERA KANDINSKIJ ESEGUONO FELIX MENDELLSOHN

Martedì 17 Gennaio 2012, ore 21,15
al Teatro Dante a Palermo

ORCHESTRA da camera Kandinskij
Sergej Krylov, violinista
Aldo Lombardo, direttore

L. v. Beethoven – Egmont Ouverture
F. Mendelssohn Bartholdy  -Concerto per violino e orchestra op. 64 in Mi minore
L. v. Beethoven – Ottava Sinfonia in Fa maggiore

Sergej Krylov esegue con l’Orchestra da camera Kandinskij, diretta da Aldo Lombardo, uno dei più emozionanti capolavori del grande repertorio romantico, il Concerto per violino e orchestra op.64 in Mi minore di Felix Mendelssohn. Considerato il violinista che più di ogni altro oggi  assomma in sé la grande tradizione delle scuole violinistiche russa e italiana, Krylov fu indicato senza mezzi termini da Mstislav Rostropovich come uno dei massimi interpreti del nostro tempo. Nato a Mosca in una famiglia di musicisti, debutta all’età di dieci anni in Russia, Cina, Finlandia e Germania. Giovanissimo conquista il Primo Premio al Concorso Internazionale “R. Lipizer” di Gorizia e, dopo un periodo di perfezionamento con Salvatore Accardo, vince il Concorso “A. Stradivari” di Cremona e il Concorso “F. Kreisler” di Vienna. Da quel momento intraprende una prestigiosa carriera concertistica che lo porta a esibirsi nelle più grandi sale di tutto il mondo e collabora con prestigiose orchestre, tra le quali Wiener Symphoniker e English Chamber Orchestra con direttori come Valery Gergiev e Yuri Temirkanov.

L’ Orchestra da camera Kandinskij, con il suo direttore stabile Aldo Lombardo, completa il programma con l’esecuzione della Egmont Ouverture e dell’ Ottava Sinfonia in fa maggiore di L. v. Beethoven .

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NOTE su MENDELSSOHN e BEETHOVEN a cura di Deborah Conte

Ludwig van Beethoven – Egmont , Ouverture in fa minore, op. 84
Celebre uomo di guerra olandese, il conte di Egmont (1522-1568) servì negli eserciti di Carlo V. Governatore e comandante generale delle Fiandre e dell’Arlois, sacrificò la propria vita divenendo un simbolo della resistenza fiamminga contro il governo spagnolo. Goethe ne fece il protagonista di una sua tragedia in cinque atti del 1787: Egmont rifiuta di fuggire davanti alla minaccia, non rinuncia al suo ideale di libertà e, prima osannato e poi abbandonato dal popolo, viene infine giustiziato.
Quando Joseph Marti von Luchsenstein, direttore dell’Hofburgtheater di Vienna chiese a Beethoven, grande ammiratore di Goethe, di scrivere le musiche di scena per una ripresa del dramma, il compositore accettò con entusiasmo.L’eroe Egmont  non poteva non sollecitare certe corde del giovane Beethoven, nutrito di letture classiche e spiritualmente partecipe delle vicende storico-politiche del suo tempo.
La stesura della partitura, che comprende un’Ouverture e nove pezzi, fu occasione per uno scambio fra i due autori.
«[...] riceverà presto da Lipsia, tramite Breitkopf & Härtel, la musica per Egmont, questo magnifico Egmont che ho meditato, sentito e tradotto in musica con lo stesso entusiasmo di quando l’ho letto. Desidero molto conoscere il suo giudizio sulla mia musica[...] » Goethe, che non comprese né amò in generale la musica di Beethoven, in questo caso sprecò parole di lode: la musica esprimeva pienamente le sue idee poetiche e quegli ideali morali di derivazione kantiana, che gli erano sommamente cari: libertà, eroismo, sacrificio, volti ad un fine superiore e al bene comune.
Costruita sullo stesso modello Lento-Allegro dell’Ouverture del Coriolano, Egmont è un magnifico concentrato di energia musicale dirompente. Esemplare per concisione drammatica, in pochi minuti di forma tripartita, dà vita ad un ascolto ininterrotto e senza fiato, rendendo piena voce alla fierezza e alla dignità del suo protagonista.

Felix Mendelssohn-Bartholdy – Concerto in mi minore per violino e orchestra Op. 64
Il Concerto per violino e orchestra in mi minore op. 64 di Mendelsshon fu e rimane uno dei  capisaldi della letteratura violinistica e fra i concerti più eseguiti nei repertori di ogni epoca. Come la maggior parte dei Concerti di epoca romantica, anche questo testimonia pienamente la produttiva realtà delle collaborazioni tra compositore e interprete. Destinatario di questo concerto fu infatti il violinista Ferdinand David, primo violino dell’Orchestra del Gewandhaus e grande amico di Menndelssohn. Fu lui, durante la lunga gestazione del lavoro (1838-44), a dare più volte consigli al compositore sulla stesura della parte solistica; fu lui il primo magistrale interprete dell’opera, quando lo stesso Mendelssohn ne diresse la prima esecuzione. Era il 13 marzo 1845; la cornice era quella del Gewandhaus  Saal del Conservatorio di Lipsia.
Nel luglio 1838 Mendelssohn scriveva all’amico: «Vorrei proprio scrivervi un Concerto per violino per il prossimo inverno, ne ho in testa uno in mi bemolle, il cui inizio non mi lascia un minuto di pace». E ancora, dopo un anno: «È molto gentile da parte vostra reclamare da me il Concerto e io ho il più vivo desiderio di scrivervene uno, ma il compito non è semplice. Voi lo vorreste brillante, e come credete che uno come me lo possa! Il primo assolo deve essere tutto nella tonalità di mi».  Così, dopo scambi epistolari, consultazioni su questioni di struttura formale, di dettagli e aspetti pratici della scrittura per solo, nel 1845 il concerto è dato alle stampe e finalmente eseguito. Proteso nella fascinosa e seducente invenzione tematica che apre il primo tempo, il Concerto per violino op. 64 si dipana in una trama fitta di virtuosismo brillante e sospensioni dall’effetto straordinario. Dietro l’irregolarità dei tre movimenti fatti succedere senza pause o dell’ardito ingresso del violino solista già all’inizio del primo tempo, dietro allo slancio lirico che percorre l’opera in un unico slancio espressivo, sta la sapienza della scrittura. Le idee tematiche indimenticabili come quelle su cui è costruito il primo movimento, il lirismo profondo dell’Andante, il virtuosismo vorticoso e leggero del finale si fondono in un prezioso equilibrio. E tanto più controllata nell’esecuzione è la misura che lega virtuosismo e rigore, forma e arditezze, quanto più indelebile rimane la memoria dell’idea musicale, in un’asciuttezza che non ammette sbavature di sorta, pur nell’ampia e articolata espressività romantica.

Ludwig van Beethoven – Sinfonia n. 8 in fa maggiore op. 93
Gli anni precedenti la stesura dell’Ottava, avevano visto crescere il genere sinfonico e trasformarsi, sino ad assumere il ruolo del più rappresentativo dei generi musicali. Le ultime sinfonie di Mozart, le sinfonie di Haydn e soprattutto le due sinfonie “eroiche” di Beethoven (la Terza e la Quinta), grandiose e celebranti l’avvento di una nuova civiltà prima ancora che di una musica nuova, erano la forma perfetta nella quale l’uomo nuovo, il borghese in ascesa, voleva vedere rispecchiati i propri valori e le proprie aspirazioni. Le nuove idee erano quelle che si facevano strada insieme agli sconvolgimenti politici apportati dalla Rivoluzione francese; il Romanticismo propugnava l’idea della musica “assoluta”, la musica strumentale rivendicava la sua autonomia rispetto a quella vocale.  Dopo la rutilante Settima sinfonia l’inaspettata vena ironica che attraversa l’Ottava lasciò gli ascoltatori perplessi. Era un voltafaccia quello di Beethoven, rispetto al mito sinfonico da lui stesso creato, una virata di stile incomprensibile.  Beethoven cominciò a lavorare all’Ottava Sinfonia nel 1811, ma tra ripensamenti e ritocchi vari la completò nell’estate del 1812. La prima esecuzione pubblica avvenne il 27 febbraio 1814 nella grande sala del Ridotto di Vienna. Per l’occasione, il concerto era dedicato interamente a musiche di Beethoven comprendenti fra l’altro la Settima Sinfonia e La vittoria di Wellington, una pagina strumentale pomposa in cui erano inseriti temi degli inni inglesi con effetti onomatopeici di colpi di cannoni e rulli di tamburi.Grande fu il successo per La vittoria di Wellington, ma l’Ottava Sinfonia non fu accompagnata da entusiasmo e dovette aspettare diversi anni prima di essere ben compresa nel suo elegante e misurato classicismo. In questa che è la più breve delle nove sinfonie non si trova traccia dell’austerità beethoveniana immortalata in molti ritratti. Sembra che Beethoven stesso rida di sé e del mito della sinfonia di cui egli stesso è artefice, esprimendo una vena ironica tanto riconducibile alla cifra haydniana. Già il primo movimento è un continuo di trovate e sorprese che spiazzano l’ascoltatore. Un tema d’avvio che sprigiona ottimismo, stagliato ed energico, dato senza introduzione o preparazione (unico caso in Beethoven); poi l’incagliarsi di questo tema sfavillante su un ostinato ritmico persistente: idea grandiosa su impertinente inceppamento. Ripetizioni meccaniche e sforzandi a piena orchestra. Conclusione in pianissimo ed inciso iniziale in epigrafe.
Beethoven di rimpiazza con un Allegretto scherzando il canonico tempo lento. E’ un pezzo dall’ironia pungente seppur lieve, quasi un contraltare comico della solennità dell’Allegretto della Settima sinfonia. Il tema principale è contraddistinto dal picchettato d’accompagnamento dei fiati e da un motivo spiritoso di chiara origine popolare: la leggenda vuole che si tratti di un omaggio al metronomo da poco inventato da Johann Nepomuk Mälzel. Il Minuetto successivo non ha nulla della fatuità settecentesca e lascia trasparire tra le sue pieghe un respiro più profondo e penetrante. L’Allegro vivace finale è travolgente nel suo discorso ritmico brioso e scattante; degna conclusione di questa sinfonia umoristica. Beethoven sembra qui veramente divertirsi a disorientare l’ascoltatore in un miscuglio formale dove, sopra ogni trama, irrompono a gran voce e ben riconoscibili all’ascolto due elementi protagonisti: una nota estranea (do diesis) che sconquassa  la compagine orchestrale, e l’inarrestabile ticchettio, che in conclusione, prima intralcia per l’ultima volta il tema, poi coinvolge tutta l’orchestra in un grottesco quanto roboante finale.

Deborah Conte

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